meacci-provvisorioCosì sarebbe questa, la morte, mai mio, questo spicchio di luna alla fine delle colline, la luce incerta dell’ex case illuminate da Corsignano; il gigante sdraiato di pietra e di sassi che sembra una scatola piena di buio, adesso, ora che non riesco più a svegliarti?
(da Il Cinghiale che uccise Liberty Valance).

Mezzogiorno in punto, siamo puntuali, seduti al bar ‘dal Cavaliere’; io con la tensione di tante domande da fare, messe un po’ alla rinfusa, lui, Giordano Meacci, autore de Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, romanzo finalista al Premio Letterario “Procida,  Isola di Arturo, Elsa Morante” 2016, con la serenità e il sorriso di chi non teme affondi di punti di domanda, pronto a consegnare risposte perché forse, dopo aver scritto un romanzo insolito e complesso, come è il suo, fa parte del gioco rispondere a qualche spaesata titubanza. La sua, quella di Meacci, infatti è una scrittura che apre conflitti con la nostra abituale e scontata idea di scrittura letteraria facendo quasi a pugni con molti stereotipi, un mondo che si apre già a prescindere dai contenuti.

La nostra chiacchierata comincia tra il vociare folto e a bassa frequenza dei turisti che godono degli ultimi ritagli di sole avanzati dall’ estate appena passata.

Chiedo subito al mio gentile interlocutore un’impressione sull’isola. Lui mi dice, parlando con gli occhi ancora pieni di luce, di colori e insolite prospettive paesaggistiche, che ne è rimasto subito catturato e che se per la vertigine per le opere d’arte c’è una sindrome a definirla che è quella famosa di Stendhal, bisognerebbe inventarne una per la vertigine da scenario naturale!

Entrando nel vivo della nostra piacevole conversazione mi parla dei momenti della sua infanzia felice in campagna, in quei luoghi che poi diventeranno la Corsignano del romanzo. Erano gli anni di piombo e Roma era un città sotto assedio, Giordano bambino era sicuro che da grande avrebbe dovuto fare la guerra, ma tra quelle colline toscane, non ancora cadute sotto l’ attenzione di vip internazionali, si sentiva al sicuro, e aveva imparato ad amare quelle figurine di paesani di un amore innocente e immaginifico che li preservava dal disinganno che poi, inevitabilmente, subentrerà con l’età adulta. Disinganno sulle loro vite chiuse in un microcosmo senza tempo, nell’eterno ripetersi di Amore e Morte, nella loro forma più umana, nel quadro di un’epica senza magnificenza e senza vie d’uscita. Ma il disincanto, verso quelle persone- personaggi, è vissuto con pathos gentile e discreto, in assenza di giudizio verso le loro azioni, in una specie di epoche`letteraria.

A questo punto dico che mi è sembrato che queste vite, da lui narrate, nel romanzo non trovino forme di redenzione, neanche nella morte che scivola via come un qualunque altro evento, anche quando assume aspetti di tragedia. La vita non ha bisogno di redenzione alcuna, comunque la si voglia intendere, va vissuta per quello che è, punto! questa la risposta che mi convince… in parte.

Finalmente parliamo del cinghiale, il protagonista che irrompe sulla scena degli Alti sulle Zampe con una coscienza ingombrante e quasi umana. Chiedo a Meacci se dovesse pensare a un animale  che irrompa nella vita procidana quale animale potrebbe assumere questo o ruolo. Mi viene risposto che quell’animale esiste già, sorrido, un po’ me lo aspettavo, forse cercavo solo una conferma. Certo che c’è già, è lo scorfano, dalla sgraziata presenza di rosso pungente che Arturo si sarebbe accontentato di essere, pur di restare nella sua amata isola: Lo scorfano, come il cinghiale, è messo da parte a causa della sua fisicità.

“Ma era proprio necessario inventare addirittura una lingua animale, il cinghialese?” gli chiedo.

“Le lingue sono necessarie per capire, creare, il mondo. Per mettersi dalla parte di Apperborh (il cinghiale) che inizia a capire il mondo che lo circonda, ma non ha i mezzi per comunicarlo agli altri, c’era bisogno di inventare una lingua, il cinghialese appunto. La parola è tutto, è Dio, il Verbo, il Logos, l’origine della creazione; Dio disse la luce e la luce fu!”

Alla fine non posso fare a meno di portare il discorso su rimandi e citazioni colte, a volte troppo criptici, troppo allusivi, gli chiedo se non pensa di aver esagerato, forse molte di quelle citazioni andranno perdute! Lui mi parla dei primi libri che ricorda di aver letto, tra tutti mi cita Il nome della rosa:Non sempre capivo tutto a una prima lettura, ma qualcosa sul piano evocativo arrivava, poi le letture successive mi svelavano sempre cose nuove, anche i giochi, sottili e celati, dell’ autore”. Insomma mi fa capire che della frase l’innocenza dostoevskijana prima che l’ascia spaccasse la testa alla vecchia, in qualche modo si coglie il senso anche senza aver letto  Delitto e Castigo. Come dargli torto!

Un’ultima domanda sulla scelta di utilizzare come filo rosso di tutte le piccole storie di Corsignano, uno dei classici del genere western, L’ homo che uccise Liberty Valance. “Quella del film è una delle storie dove meglio viene narrata la scelta di coerenza ineluttabile con il proprio ruolo, anche a rischio di perdere tutto, anche a rischio di andare contro la morale, comune o la propria”. È la risposta che segna la fine della nostra beve ma intensa chiacchierata. Meacci è brillante, un fiume di parole che scorre con straordinaria fluidità, pur esprimendo pensieri complessi. Resterei a parlare ancora per molto, ma il tempo è scaduto, ci salutiamo. Su molte cose mi sono ricreduta e sono contenta perché ho appreso cose nuove, altre ne ho chiarite. Insomma alla fine vale sempre la pena!

Francesca Borgogna