In dialogo con Claudio Morandini

morandiniLa giuria popolare dei lettori ha decretato vincitore della XXIX edizione del Premio “Procida – Isola di Arturo – Elsa Morante” 2016, lo scrittore valdostano Claudio Morandini con il romanzo Neve, cane, piede (Exòrma 2015). Lo abbiamo incontrato nel suo passaggio per Procida presso il giardino dell’Albergo Savoia per conoscerlo più da vicino, discorrere sul suo romanzo e non solo. La prima domanda è stata sull’isola di Procida e sull’impatto che ha avuto su di lui questo suo primo incontro:
Per la verità sull’isola c’ero già stato anni fa, grazie alla lettura del romanzo della Morante L’isola di Arturo, ed ero stato colpito dalla fastosa luminosità di tante pagine. Lo sto rileggendo in questa settimana qui sull’isola e devo dire che ho riconosciuto l’incanto degli stessi colori, la stessa atmosfera già assaporata nel libro. Abituato a orizzonti resi angusti dal profilo delle montagne, sono profondamente attratto da paesaggi che mi offrono aperture più vaste: adoro i paesaggi collinari, la pianura, e sono affascinato dal paesaggio di quest’isola, che per me contiene un invito ad allungare lo sguardo ancora più in là fino a perdercisi, leopardianamente.

Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento ricevuto nel nome di Elsa Morante?
Una gioia difficile da descrivere, non solo per l’innegabile prestigio del Premio, o per l’amabilità con cui siamo stati accolti e l’interesse palpabile per la letteratura che qui a Procida si avverte un po’ ovunque; ma anche per le motivazioni con cui la giuria tecnica e quella dei lettori hanno voluto segnalare l’importanza di un’idea di letteratura che non vuole rinunciare alla ricerca, osa percorrere strade poco battute e anche rischiose, si muove in territori lontani dalle consuetudini editoriali più in voga. La scrittura di Elsa Morante, per me, continua a rappresentare in questo senso un sontuoso modello di libertà espressiva.

Parliamo un po’ di questo libro ambientato su una montagna e che parla di un uomo solitario che rompe con il contesto sociale: un mondo che va scomparendo ma che il vecchio Adelmo abita e riporta in vita.
In un certo senso è così; però Adelmo non vuole ritornare a un passato che non riesce più a capire. Nelle prime pagine la descrizione puntigliosa di tutti gli attrezzi che sono ancora contenuti nella stalla rimanda alla sapienza contadina di un tempo, sono le tracce di generazioni passate capaci di abitare territori difficili e di sfruttarli fino in fondo: le pietre spostate sui prati degli alpeggi, gli attrezzi nella stalla… Ma temo che Adelmo non voglia tornare a quel mondo che gli sta sfuggendo a causa della sua demenza senile. La sua è sì una fuga all’indietro, ma non verso la condizione tradizionale della società contadina di uno o due secoli fa: inconsapevolmente sta tornando ancora più indietro, a una sorta di condizione preistorica dell’uomo, a un mondo fondato sul conflitto perenne con la natura con la quale si è costretti a combattere ogni giorno per sopravvivere.

Per il lettore che non ha abitato quei luoghi è forte la sorpresa di trovarsi in un mondo sconosciuto e per certi versi sorprendente. Di qui lo stupore di una scoperta.
È vero: un’intransigente vocazione alla rinuncia priva Adelmo di tutto ciò che oggi potrebbe apportare comodità e stabilità. Non volevo però che tutto ciò suonasse come qualcosa di nostalgico, di un passato che non solo dalle mie parti è spesso idealizzato, mitizzato, descritto con tinte pastello e con accenti bucolici… Adelmo in fondo resta una creatura ferina, che non mi sembra possa essere preso per un campione della decrescita felice… Non sarebbe capace di esserlo, tanto è vero che deve ricorrere periodicamente al negozio del paese, perché non riesce a essere autonomo, non riesce nemmeno ad avere un rapporto armonico con l’ambiente, come facevano una volta gli abitanti delle valli e degli alpeggi più lontani.

Adelmo tira sassi a chi gli si avvicina, quasi a difendere quello spazio proprio di vivibilità solitaria, anche a quel cane che, però, non si lascia fermare dai sassi e gli si accosta per annusare e lui si lascia annusare e gli apre il suo cuore.
Sì, il cane è davvero la presenza più essenziale e positiva del romanzo, la metà luminosa di Adelmo, la creatura che lo invita a parlare a comunicare… Con il cane Adelmo diventa quasi eloquente, mentre dinanzi agli altri esseri umani risponde a monosillabi e solo quando non può fuggire. Il cane lo affianca come un altro Adelmo, potremmo dire. Il fatto che a un certo punto cominci a parlare mi è piaciuto e ho volutamente lasciato nell’ambiguità il fatto che parli davvero come in una favola o che il tutto sia frutto della mente alterata di Adelmo. La cosa importante è che il cane sia quella presenza amica a cui il vecchio Adelmo si affeziona, che lo fa anche ridere e che diventa dopo un po’ indispensabile… Alla fine della storia le cose cambiano, certo, ma ormai si è concluso un ciclo. Il personaggio del cane è fondamentale nello sviluppo del romanzo; all’inizio non avevo previsto che assumesse un ruolo così centrale. Non è rimasto un personaggio di spalla, ma è diventato un interlocutore alla pari, senza il quale Adelmo sarebbe rimasto bestia, mentre con lui e grazie a lui il vecchio solitario scopre la sua umanità.

Abbiamo letto e amato i libri di Rigoni Stern, ma qui la storia si apre ad altre visioni. Lì primeggia certa poesia di aree montane nel disfacimento della Storia segnata dal dolore della guerra…Nel tuo libro invece troviamo la dimensione realista di un uomo disancorato dal contesto sociale, che però trova il senso dell’esistere tra le asperità crude della montagna…
Rigoni Stern era un modello ineludibile. Ho cercato però di non considerarlo, perché mi serviva ispirarmi a voci più aspra; così ho cercato riferimenti meno scontati, come certi scrittori dell’area svizzera, in particolare Ramuz, che mi hanno suggerito l’intonazione giusta. Adelmo non poteva essere un personaggio alla Rigoni Stern, il suo non è un rapporto paritario con la natura, il suo è piuttosto un conflitto quasi disperato, un annullarsi, un disfarsi nella natura.

Leggo nello sviluppo della trama una grande attenzione e rispetto per le creature sole, giudicate spesso male dalla comunità e spesso costrette a fuggire. Anche l’Arturo di Elsa Morante si sente tradito dalla sua gente, dalla sua isola e cerca il suo domani in altri lidi.
È vero, sento un grande rispetto per questi personaggi. Inoltre la loro solitudine, il loro disagio, il loro non saper stare al mondo da un certo punto di vista sono affascinanti perché si prestano a essere raccontati in mille modi. Non meritano però di essere raccontati con sarcasmo, sia perché nella loro condizione in parte mi riconosco, sia perché questa condizione apre a soluzioni diverse. Una figura sola, solitaria, o per volontà sua o perché costretta, prescinde dalle comode risorse che provengono dai rapporti con altri esseri umani, e deve pertanto scoprire altri agganci… Adelmo fa una scelta estrema, e per fortuna gli si affianca un cane di buon carattere. Il suo è un rapporto conflittuale ma schietto e diretto con tutto ciò che lo circonda, anche con le pietre e le rocce… L’aspetto comunicativo, verbale, però vien fuori potentemente, perché i personaggi solitari pensano: la loro interiorità finisce per gonfiarsi di una vera e propria lettura interpretativa del mondo e delle cose… E questo può portare anche ad aperture, sorprese, rivelazioni… Così, più che il racconto di ciò che fanno vogliamo sapere che cosa pensano mentre lo fanno.

Mi sembra inoltre che il suo libro si strutturi sul ritmo di non risposte: né il passato né il futuro ma uno sguardo attento su quello che accade nel presente considerato nella sua dimensione assoluta: l’eternità del presente?
È stata una scelta anche grammaticale. Per questo ho usato il tempo presente in tutta la narrazione. Adelmo vive nella continuità del presente; del suo passato rimangono brandelli che egli non riesce più a collocare nel tempo, sono lampi che gli tornano in mente, accaduti chissà quando, come l’infanzia nel villaggio, i cavi dell’alta tensione. Il futuro nella sua vita non c’è, Adelmo agisce regolato da automatismi, da abitudini che gli consentono di sopravvivere. Sa che in inverno deve chiudersi nella sua tana, che ha bisogno di scorte a sufficienza… Con una certa innocenza e ingenuità, come un animale – lo dico senza disprezzo – egli vive il suo presente.

Non pensa che se tutti gli uomini vivessero meglio il momento presente ci sarebbe un beneficio anche dal punto di vista sociale?
Sicuramente. Spesso ignoriamo a bella posta tutto quello che sta accadendo attorno a noi : viviamo nella nostra cupoletta, sperando che l’oggi, l’adesso scorrano via il più velocemente e innocuamente possibile. In questo senso, se vuole, Adelmo potrebbe rappresentare non la soluzione, ma l’allusione a una possibile alternativa. Di certo lui non sa fare altro, sa solo vivere nel presente.

L’incontro con il cadavere – quel cadavere coperto dalla neve che diventa compagno di Adelmo nel suo nascondimento – mi è apparso uno dei passi più struggenti e simbolici del romanzo… Una prefigurazione? Un pensiero nascosto o solo l’incontro con la morte nel modo più naturale possibile?
In effetti nell’ultima parte del romanzo, il dialogo tra Adelmo e il cadavere che emerge dalla valanga cambia completamente la percezione delle cose. Adelmo ha avuto a che fare ogni giorno con la morte, la morte degli animali di cui si nutre, quella di tutte le persone conosciute e poi scomparse… Ma quel cadavere, sotto la neve chissà da quanto, lo costringe a interrogarsi sulla morte. Si può certamente leggere tutto l’episodio in chiave simbolica, anche se non ho voluto costruire un’allegoria né volevo che apparisse come una visione. C’è semplicemente questa situazione stranissima, con un cadavere che parla con Adelmo, entrambi infilati in una vecchia miniera abbandonata. Cosa possa significare tutto ciò, io veramente non lo so… Ho solo sentito che era l’unica conclusione possibile per questa storia. Curiosamente, quando il cadavere si mette a parlare, non è portatore di nessuna rivelazione, di nessuna epifania … Sono pagine aperte a varie interpretazioni, che chiedono al lettore di immaginare una propria conclusione, o di lasciare le cose come stanno.

Per me lettore, il senso di queste ultime scene è stato questo: tutto nella vita ha valore, ogni momento ogni situazione, tutto può parlare all’uomo. L’innocenza di Adelmo rivela questo valore e dà significato anche alla morte.
Sì, Adelmo accetta questa convivenza stretta. Egli in fondo non è nuovo a questi passaggi, a queste transumanze tra una realtà e l’altra. Vive da sempre una vita di confine, al margine di tutto. Anche durante l’inverno ha visto persone o ombre provenienti da chissà quale mondo. In queste ultime pagine potrebbe veramente celarsi la sua ultima transumanza da questa terra. E quel cadavere potrebbe essere il suo Virgilio.

Hai scritto nell’ultimo capitolo: “Sono convinto che la letteratura renda più acuto lo sguardo sulle cose, sul mondo e non sia accademia o arcadia”. Questo tuo libro ne è una riprova. Cattura il lettore e s’ingigantisce dentro di noi lasciando immagini incancellabili. Siamo entrati con Adelmo in un mondo sconosciuto che ora è nostro e Adelmo non è più solo, viviamo con lui e per lui.
Credo che davvero scrivere, per chi lo fa e per chi legge, sia come allungare lo sguardo verso qualcosa che forse trascureremmo, che è più in là, oppure è infinitamente grande o infinitamente piccolo. Un buon libro cambia sempre la prospettiva, avvicina ciò che è lontano e, costruendo anamorfosi, consente di osservare dettagli che altrimenti ci sfuggirebbero. In questo senso mi sento un realista, anche quando mi soffermo su realtà nuove o sconosciute o distorco quelle più familiari. Per me, l’ambiente alpino per come è cresciuto in questo libro è stata una rivelazione, soprattutto quando ho scoperto che alla fine, invece di una montagna in cui si sale, è venuta fuori una strana, paradossale montagna in cui si sprofonda. Questo lo può fare la letteratura ed è bellissimo.

Adelmo è un diverso. L’incontro con la diversità più acuta ed estrema è la difficoltà che incontriamo ogni giorno, ci spiazza e ci interroga. È questo il primo effetto in noi del tuo romanzo. Poi man mano che la storia procede i personaggi ci diventano familiari. Non è forse questa dimensione letteraria metafora di quel mondo a cui tutti aneliamo, un mondo in profondo dialogo tra diversi pensieri e culture, di cui non sappiamo più ritrovare le tracce nel nostro ingarbugliato presente?
Per me questo è stato importante. La figura di Adelmo, che per alcuni lettori è risultata respingente, finisce per suscitare insieme simpatia e preoccupazione; come il guardiacaccia non vorremmo che rimanesse vittima della sua stessa condizione… Ci ha respinti, ma continuiamo a seguirlo, siamo ansiosi di vedere cosa gli può succedere. Questo sentimento, che diventa vera e propria solidarietà, tentativo di dialogo a distanza, è cresciuto pagina dopo pagina anche dentro di me e non era calcolato. È un pensiero sicuramente nobile e mi sembra importante che semplici allusioni del romanzo possano portare in questa direzione… I territori della letteratura che io amo frequentare sono sempre allusivi, non vi si danno lezioni ma al massimo si suggeriscono possibili direzioni… A mio parere un romanzo può insegnare qualcosa, ma senza volerlo, quasi senza accorgersene: non si deve mettere in cattedra, non si può sostituire al saggio, al trattato o a un reportage. È bene che rimanga legato ai suoi strumenti espressivi.

Scrivi nel capitolo finale: “I membri delle piccole comunità si sostengono sempre, quando uno è in difficoltà gli altri intervengono subito… Senza l’aiuto degli altri nessuno ce la farebbe… Eppure ogni valle ha i suoi racconti di uomini solitari…”
Molti lettori del mio romanzo hanno pensato che mi fossi ispirato a una figura reale, anche perché chi abita nelle valli alpine ha spesso conosciuto personaggi simili a Adelmo. La mia esperienza della particolare realtà della vita nei villaggi di montagna, in cui la solidarietà è una necessaria per la sopravvivenza, si fonda sia sulla frequentazione della letteratura di montagna sia, in parte, sulla conoscenza diretta di esperienze e figure. Oggi probabilmente non esistono più villaggi del tutto isolati, ma una volta gli abitanti dovevano stringersi e proseguire insieme. Eppure c’era e c’è sempre qualcuno che, come Adelmo, si isola ancora di più e diventa così villaggio di se stesso.

In realtà incomunicabilità solitudine conflitto intergenerazionale sono sintomi della nostra società odierna. Con conseguenze spesso gravi. Lo psicologo Andrea P. Cavaleri dice che nelle scuole, e non solo, bisognerebbe lavorare di più sul bene relazionale, sulla grammatica relazionale. Non le pare che questa condizione di isolamento, di cui ci parla, sia paradigma di una generale fuga dall’altro che caratterizza un po’ la crisi del nostro tempo?
Ho l’impressione, però, che anche in passato, all’interno delle comunità tradizionali, esistessero segni profondi di disagi di convivenza, conflitti violenti, irrisolti e trascinati per generazioni. Non provo nostalgia per quei tempi, per un mondo duro e complicato e tutto sommato non propenso alla comunicazione. Non rimpiango la vecchia famiglia patriarcale. Oggi se non altro si parla di più problemi che lei cita e si tenta di elaborare possibili soluzioni. Per questo ritengo molto importanti l’attenzione per l’altro, la solidarietà, la sensibilità empatica, lo scrupolo anche puntiglioso nell’osservare, nel chiarire, nel trovare le parole giuste, cose che non sono mai state scontate.

Condivido pienamente e la ringrazio per questo momento di dialogo così sincero e ricco di riflessioni che potranno portarci ad amare di più il suo libro e la letteratura.

Pasquale Lubrano Lavadera